Hai già mangiato?

scritto da Rubrus
Scritto 22 ore fa • Pubblicato 10 ore fa • Revisionato 8 ore fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di Rubrus
Autore del testo Rubrus

Testo: Hai già mangiato?
di Rubrus

La vecchia Emma aveva fatto scappare cinque badanti.
La prima era durata più a lungo, ma, all’epoca, Emma riusciva ancora a tirare la sfoglia. Un velo sottile, attraverso cui, in controluce, si scorgeva la sua mano che conservava i calli da contadina.
Poi, però, un ictus; leggero, ma il braccio sinistro non lo muoveva più bene.
Da allora sedeva in un angolo della cucina e guardava torva il mattarello, come se fosse colpa sua.
O forse ce l’aveva con se stessa perché una non dovrebbe arrivare a novantotto anni se non è capace di tirare la sfoglia.
E, da allora, aveva fatto scappare cinque badanti.
«Dovremmo metterla in una struttura» diceva Lella, la nipote. «Costa troppo. In pratica, è autosufficiente. Ha solo un brutto carattere» rispondeva il nipote Saverio. Nipoti, perché i figli di Emma avevano superato la settantina e avevano i loro problemi. I bisnipoti, invece, erano ancora troppo piccoli e comunque non manifestavano un grande attaccamento a quella vecchia perennemente accigliata. «Comunque, ha fatto scappare cinque badanti» ribatteva Lella chiudendo il discorso.
Le donne, cercate tramite app o conoscenze, duravano in media quindici giorni, poi fuggivano da quell’appartamento che sembrava una capsula del tempo risalente agli anni ‘50, quando Emma aveva lasciato le colline della Romagna per la città e, da allora, conservava il macinacaffè a manovella, la macchina per cucire a pedali e le tovaglie bianche e marroni.
E, naturalmente, i matterelli. Quello più corto e tozzo per la piadina, quello più lungo per la sfoglia.
E uno dei due era sempre lì, sul tavolo.

«Io non ne cerco più di badanti» disse un giorno Lella. «Proviamo con la ragazza del ristorante cinese al piano terra».
«La figlia dei titolari?» domandò Saverio.
«Sì… Siao... o come si chiama».
«Ha quindici anni».
«Credi che per loro faccia differenza? Studia e arrotonda. E, anche se vien voglia di scappare, non andrà certo lontano».
Saverio si massaggiò il mento. Stava arrivando l’estate. Il momento di partire per le vacanze. Lui e i figli. E, sì, anche i nonni, quelli veri, non quel diorama vivente. Probabilmente un essere umano non aveva il diritto di vivere oltre una certa età. «Ultimamente mi pare più… soporosa. E se le viene un colpo?».
«Gli ultimi esami non hanno evidenziato nulla di speciale. E poi secondo me non è assopita». Lella si massaggiò le braccia come per un improvviso soffio di aria fredda. «Mi pare piuttosto in attesa, come un grosso ragno grigio e incartapecorito. Quel mattarello sul tavolo...».
Saverio smise di massaggiarsi il mento. «Già. Forse è solo più calma. Forse questa non la farà scappare. Come hai detto che si chiama la ragazza?».

Vado a vedere se arriva” diceva sempre il nonno prima di andare alla fermata della corriera.
Tutte le sere, da quando era giunta la notizia della Ritirata di Russia. Aspettava il figlio maggiore, Emilio.
Il 4 agosto 1946 si era messo in cammino come al solito e non era più tornato.
Dicevano che era caduto da una sedia del bar davanti alla fermata senza dire una parola, con appena un filo di bava che gli usciva dall’angolo della bocca.
A volte Emma pensava che, in qualche modo, fosse partito per la Russia anche lui.
Emilio, invece, era tornato il 31 agosto.

Emma posò lo sguardo sul mattarello, poi sulla ragazza in piedi davanti a lei con un piercing al naso e uno di quei cosi sotto il braccio.
Le aveva detto qualcosa, senz’altro, e glielo aveva chiesto più volte, ma era una voce lontana. Il 31 agosto 1946 era molto più vicino.
«Posso usare la presa per la corrente?» chiese la ragazza.
Computer. Già. Ecco cos’era quel coso.
Emma emise un grugnito affermativo.
Se se ne stava con il naso incollato a quell’affare, sarebbe stato come se la ragazza non ci fosse. Oggigiorno facevano così.
A proposito, come accidenti si chiamava?

«Xiaomei?» disse Iaia, la figlia maggiore.
«Ecco, sì, proprio quello» confermò Saverio. Trattare con i cinesi era stata dura. Avevano perso un giorno e ora dovevano affrontare il traffico dell’esodo.
«Xiaomei» ripetè Iaia. A scuola, c’era gente di tutte le etnie. «Chissà come lo storpierà la nonna» aggiunse.

«Con quell’affare puoi parlare con la Cina?» chiese Emma.
«Già. Si deve solo stare attenti al fuso orario».
«E chi era quella vecchia, una spia cinese?». Vecchia. Sembrava più giovane di sua figlia Loredana e di poco più vecchia di Gabriella, la minore. Ma Gabriella aveva smesso di invecchiare nel 2003. Un essere umano non dovrebbe vivere oltre una certa età.
«E di che cosa parlavate? Non mi va che in casa mia si facciano discorsi che non capisco».
Xiaomei rise. «Ricette. Per il ristorante».
«Sì, come no» grugnì Emma.

Emilio scende dalla corriera.
Si guarda intorno, ma non c’è nessuno ad attenderlo.
Non riconosce il paese, forse lo ricordava diverso. Senz’altro nessuno riconosce lui.
È il 31 agosto 1946.

«Credevo che non mangiavate il maiale» disse Emma guardando il pezzo di carne.
«Quelli sono musulmani. In Cina ci sono un sacco di ricette per il maiale».
«Ricette della nonna, eh? E magari vuoi che ti faccia usare la mia cucina».
«Altrimenti non mi credi».
Emma appoggiò la mano sul mattarello. Era quello più corto e tozzo, per la piadina. Lo fece scivolare sulla cerata che copriva la tavola e chiuse gli occhi. Il suono non era proprio come quello che ricordava. Gli somigliava, ma non era quello.
«Come hai detto che ti chiami?».
«Xiaomei».
«Scioméi» ripeté Emma con la “esce” dei romagnoli «E non sperare che mi sforzi di più».
La ragazza strinse le labbra. «Puoi non dire a nessuno del piercing, almeno? Ai miei non va che lo porti».
La vecchia emise una specie di sbuffo, o ringhio. «Va bene, ma quello che cucini lo mangi tu per prima».

Emilio era grasso.
Così appariva nelle foto. Tutti si complimentavano di quanto mangiasse e fosse grasso. Così Emma lo ricordava.
L’uomo in cucina era magro. Così magro da sembrare una cartolina di guerra, vista di taglio e giunta da un inverno russo che non finiva mai.
Però doveva essere Emilio perché sua mamma lo abbracciava piangendo da cinque minuti buoni.
Lei, Emma, no, non ci riusciva.

«E questo lo vorresti far mangiare alla gente?».
Xiaomei strinse la forchetta (niente bacchette in casa della vecchia) finché le nocche non diventarono bianche, poi aprì la mano. La posata cadde a terra con un rumore musicale, come di triangolo.
La ragazza si chinò per raccoglierla. Ci mise un po’ e, quando si rialzò, si asciugava gli occhi con il dorso della mano.
«Non è così cattivo da mettersi a piangere» disse Emma.
«La nonna… lo sapevo che...».
«Occorre una vita per imparare a cucinare. E poi non basta. Oggi avete tutti sempre fretta, sempre se cucinate. Le mie nipoti… colpa di quegli aggeggi che guardate sempre».
La ragazza si alzò, sciacquò la posata nel lavabo, tornò a tavola. «Mia nonna non ha tutto questo tempo».

Emilio si stacca da sua madre.
Guarda Emma per un istante, fa un passo, ma poi si ferma.
Quando è partito era una ragazzina o poco più, ma adesso…
Si volta di nuovo verso sua madre che si sta asciugando la faccia con il grembiule. Non lo toglie mai perché c’è sempre un sacco di roba da fare in casa, così è sporco e le lascia delle strisce grige sulla faccia.
«’E ba’?». Emilio ha chiesto del padre e lo ha chiesto in dialetto, ma la sua voce è strana, come se parlasse una lingua cui non è più abituato.
«In ’t l’ort» risponde sua madre. Nell'orto. Già. E dove altrimenti potrebbe essere? C’è sempre un sacco di roba da fare.

Emma fece una smorfia. «Soia. Bah».
«Ma ti piace» ribatté Xiaomei.
«I ciccioli sono un’altra cosa».
«Sì, ma non necessariamente migliore».
Lo sguardo di Emma corse al mattarello. Anche durante i pasti ce n’era sempre uno sul tavolo. Questa volta toccava a quello della sfoglia, appoggiato al lato del tavolo addossato al muro, come in attesa.
«Devo insegnarti a fare la pasta».

Emma segue suo fratello. È uscito di casa e sta girando l’angolo. Cammina come un sonnambulo, trascinando un po’ i piedi, quasi ricordassero la strada meglio della testa.
Emma si chiede come Emilio marciasse durante la Campagna di Russia e poi, durante la ritirata.
Si nasconde e lo osserva dirigersi verso l’orto.
Il giovane che ricordava non camminava così.
Piano piano, lo segue senza far rumore, a distanza.
È suo fratello, quello.
Ma è troppo magro.

«Nonna chiede come hai fatto a convincermi a togliere il piercing».
«Dille la verità. Dille che ti ho chiesto che cosa succede se ti cade in mezzo alla soia e un cliente lo ingoia».
La donna dall’altra parte dello schermo disse qualcosa rivolgendosi ad Emma. Era giovane. Decisamente giovane. Più di Loredana. Probabilmente della stessa età di Gabriella prima del 2003. Prima che Gabriella smettesse di invecchiare.
«L’ho fatto» rispose Xiaomei. «Dice che ti ringrazia. Chiede se ti piace come cucino».
«Dille… be’, facciamola corta e dille di sì, poi salutala: è ora di stendere l’impasto. Come si saluta in cinese?».
«Ni chi fàn le ma».
«Non fai la mano? E che razza di saluto è?».
Xiaomei rise. «Noi diciamo “ni ho”: è più semplice, ma la nonna vive in campagna».
«E allora?».
«È un saluto tradizionale. Letteralmente significa “hai mangiato?”».

«È un po’ che non senti la nonna?».
La voce di Lella era sovrastata dagli schiamazzi dei figli di Saverio e lui dovette urlare loro di fare meno chiasso. Le vacanze erano uno stress.
«E tu?».
Anche se i ragazzi si erano zittiti, Saverio non udì niente. Dopo un po’, sua sorella parlò: «Ho paura di telefonare e sentire che ha cacciato la badante numero sei».
Toccò a Saverio tacere e i ragazzi ne approfittarono per riprendere a fare baccano.

Fino a quel momento, Emma non si è accorta di come, negli ultimi tempi, suo padre zappi la terra lentamente.
Affonda l’attrezzo con lo stesso ritmo con cui il nonno si dirigeva alla fermata della corriera. Con lo stesso ritmo dei passi di Emilio che ha appena chiuso il cancello dietro di sé.
Suo padre è tutto concentrato in quel gesto e non si accorge del giovane finché questi non è che a pochi passi. A questo punto si ferma.
Emma li osserva da fuori, nascosta dietro la siepe.
Emilio non dice una parola.
Suo padre si rizza lentamente.

«Non ti colleghi, oggi?».
Xiaomei appoggiò la mano sul computer, senza aprirlo, ma non disse niente.
Neanche Emma parlò.

«E così siamo alla badante numero sei. Lo sapevo» sbottò Saverio.
Dall’altra parte del telefono giunse un fruscio.
«Come dici? In Cina? La vecchia è riuscita a fare scappare quella povera ragazza fino in Cina?».
Seguì un altro silenzio, più lungo, tanto che anche i figli di Saverio fissarono il padre che si era ammutolito ed era diventato pallido come se non fosse mai andato in vacanza.

Il padre di Emma fissa Emilio.
Si appoggia con gli avambracci alla zappa, poi ne solleva uno e alza la falda del cappello.
Ad Emma sembra di scorgere un luccichio nei suoi occhi, ma è troppo lontana e poi potrebbe essere un gioco del sole.
Suo padre chiede al giovane: «T’è zà magnè?».

Xiaomei non aveva il computer.
Guardò il tavolo, come in cerca di qualcosa. Il mattarello per la sfoglia era al solito posto, ma lei non lo afferrò.
«Sei arrivata tardi» disse Emma.
«La Cina è lontana. Il fuso orario».
«Come il 31 agosto 1946».
La ragazza aprì la bocca come per parlare, ma poi la richiuse. Emma disse una frase in dialetto. Xiaomei le rivolse uno sguardo interrogativo.
«Ti ho chiesto se hai già mangiato» disse Emma.

NDA: l’aneddoto sul padre che saluta il figlio tornato dalla Russia chiedendogli semplicemente se ha già mangiato è stato riferito da Tonino Guerra. Il saluto cinese che tradotto significa “hai mangiato” esiste davvero.

Hai già mangiato? testo di Rubrus
6

Suggeriti da Rubrus


Alcuni articoli dal suo scaffale
Vai allo scaffale di Rubrus